“Mi fa male mamma”
“Lo so amore, prendi questo, vedrai che starai presto bene.”
“Voglio uscire da qui mamma andiamo a casa, ti prego”
Strinse il figlioletto al petto. Mentire prima le era costato un enorme sforzo ma vederlo piangere l’aveva distrutta. Voleva morire in quell’instante. Le parole del medico le rimbombavano ripetutamente nel cervello. “Abbiamo riscontrato un elevato carico virale dei motoneuroni spinali. Signora suo figlio ha la poliomelite.” Entrati in ospedale per una stupida febbre, per una strana stanchezza, mai si sarebbe aspettata questo carico sulle spalle.
“Siamo riusciti per fortuna ad individuarla subito, suo figlio non rischia la paralisi completa ne la morte. Ad oggi purtroppo non posso dirle se il suo recupero sarà totale.”
Emanuele de Santis era un bimbetto di quasi tre anni. Folti capelli ricci e neri. Aveva una bocca sproporzionata, il sorriso sempre stampato sul volto ed una voglia costante e interrotta di correre e calciare la palla già dalla prima volta in cui è riuscito a reggersi da solo in piedi.
Aveva la poliomelite, il suo recupero non è stato totale. Aveva subito una torsione della spina dorsale che rallentò la crescita di una gamba. Con il passare degl’anni la sua gamba destra diventò più corta di ben sei cm rispetto alla sinistra.
Come spesso si sente in altre storie strappalacrime, questo non aveva intaccato minimamente il suo spirito, l’ottimismo e la voglia costante di correre e giocare.
Era nato in quel magnifico paese dove la povertà profumava di zuppa di fagioli, chili e paprika. Dove il disagio e l’assenza di lavoro ballano al ritmo del bum-ba-bum, la samba carioca. Il sorriso di quel popolo è largo come le forme delle donne sulla spiaggia di Copacabana. I bambini corrono scalzi a petto nudo dietro al pallone mentre lassù, sulla cima del Corcovado, il Redentore abbraccia tutta la baia, e abbraccia specialmente lui che da bambino era il più selvaggio di tutti.
Gli piaceva correre dietro ai passerotti. Da qui nacque il suo soprannome. La sorella lo chiamava “Scricciolo” il piccolo passerotto che si muove in maniera agile e scattante. Esattamente come era lui, agile e scattante nonostante la difformità.
Scricciolo rimase il nomignolo più bello con cui veniva chiamato. I seccessivi furono decisamente più offensivi: sgorbio, spastico, scherzo della natura, gambalunga. Scricciolo veniva offeso costantemente ma la sua vendetta era così dolce da far sparire qualunque tristezza.
Lui si vendicava sul campo da calcio. Non gli bastava vincere, non bastava driblare i suoi avversari, lui li umiliava. Li passava, li aspettava e li driblava, di nuovo poi li aspettava e li driblava per la terza volta.
Era impossibile togliergli la palla, era impossibile prevedere le sue mosse anche e proprio in virtù del suo grande difetto fisico. Con quelle gambe storte e così diverse tra loro non ti saresti aspettato niente. Anzi, i suoi avversari prima di vederlo in azione o lo sbeffeggiavano o c’andavano leggeri per evitare di fargli male. Quando corre con la palla tra i piedi nessuno può fermare Scricciolo. Le sue involate sulla destra portavano sempre al gol. Quando riceveva palla sulla fascia era un continuo di scatti e di stop. Bum-ba-bum, samba, gol. Costringeva i suoi avversari a correre e fermarsi d’improvviso per essere fregati dal
successivo scatto velocissimo che lasciava tutti disorientati. A lui non bastava, per puro divertimento rallentava per farsi raggiungere e fregarli di nuovo, li ubriacava come la cachaca.
Il calcio era tutta la sua vita ma mai avrebbe pensato che sarebbe potuto essere il suo lavoro. Lui giocava sui campetti di polvere e bestemmie, sul prato d’asfalto e saracinesche a mo di porte, nella migliore delle ipotesi le porte erano l’oceano infinito. Lui segnava per vincere ma driblava per godere, per rispondere alle offese.
Per questo rimase stupito quando iniziarono ad arrivare le prime offerte. Fece provini direttamente per la serie A. Partì dai panchianari contro i titolarissimi, sempre lì sulla destra. Fece venire il mal di testa a tutti i terzini che incontrava sulla sua strada che inizialmente si arrabbiavano ma finivano loro stessi per supplicare i presidenti di ingaggiarlo per evitare di ritrovarselo di nuovo contro, da avversario, un giorno. E fu così che dal niente alla tarda età di diciannove anni si ritrovò ad essere professionista nel mondo del calcio.
Il suo esordio vero e proprio fu un semi disastro. Amichevole di pre-campionato l’arbitro lo ammonì e minacciò di espellerlo per i troppi dribling fatti al povero terzino della squadra dilettantistica avversaria. Fece gol e assist e c’è chi giura di aver contatto centotrentuno dribling. L’intera città non parlava di altro, su tutte le testate leggevi il nome di Scricciolo.
Il vero esempio del tuo paese: povero, disagiato, rumoroso, festaiolo, assolutamente incantevole.
Così, in dieci anni, ti sei aggiudicato tre campionati, tre coppe nazionali. Hai vinto due mondiali aggiudicandoti anche il titolo di capocannoniere e di miglior giocatore del torneo. Hai sconfitto il razzismo nel calcio nella tua nazione ed hai vinto il cuore della tua gente che ancora oggi, a trentasei anni dalla tua morte, ti celebra e piange al ritmo di samba.
Tu sei e sempre sarai Scricciolo, in portoghese GARRINCHA.
Giotti Vanniscio