Ti Presidento : Tommaso Giulini

Ecco come ti impacchetto una città – TOMMASO GIULINI

L’alluminio è un elemento chimico della tavola periodica il suo simbolo è Al.

Gli antichi greci e romani usavano l’allume per costruire statue, armi e armature.

Alcuni dei molti campi in cui viene usato l’alluminio sono:

· Trasporti

· Imballaggio

· Costruzioni

· Linee elettriche

· Macchinari

· La caffettiera Moka

(Fonte Wikipedia)

Un altro importante campo in cui viene usato l’alluminio è il campo da calcio, soprattutto il Sant’Elia a Cagliari (o Sardegna Arena in attesa del nuovo stadio).

Fù così che nel 2014 l’aitante Pep Guardiola del calcio italiano, il conte brianzolo, diventa il presidente del Cagliari.

Dalla chimica che crea alluminio alla chimica che crea l’amore di una città intera. L’uomo nuovo del calcio Laureato alla Bocconi, varie esperienze all’estero e poi.. e poi l’azienda di famiglia. Fondata dal Conte Carlo Enrico (il padre) nel settore dell’estrazione e lavorazione dei derivati del fluoro con stabilimenti nell’area industriale di Macchiareddu. Ecco dove nasce il profondo legame con questa terra.

Non è stato sempre rose e fiori. Tra le mille voci di sceicchi e nababbi che avrebbero comprato la squadra, dopo la superba gestione ventennale di Cellino, è spuntato lui dal niente. Dai sogni di gloria alla serie B in meno di un anno. Contestazioni, haters. Perfino lo storico capitano, Daniele Conti, non gliele mandava a dire. Eppure il manager brianzolo, che a soli ventisei anni già trattava con vertici di governo, con capi di stato e miliardari sgamati, aveva il suo bel progetto già chiaro in mente.

Una nuova impronta impreditoriale, saper capire le persone di cui fidarsi e delegare senza scenate di gelosia, senza essere per forza il Deus ex machina o il one man show (atteggiamento molto caro a svariati presidenti di serie A). Un uomo calmo, rarità nel nostro calcio. La sua idea di presidenza l’ha dichiarata lui stesso in un’intervista a Vanity Fair: “Non voglio rovinarmi e non voglio arricchirmi. Cerco la sostenibilità, la stabilità, la serietà. Sono un gestore, la squadra è dei tifosi e tutto quello che posso mettere nell’impresa è la passione”

La squadra è dei tifosi. La squadra è dei tifosi è lo spot politico più bello del’ultimi trenta anni. Non solo, il conte aggiunge anche che i tifosi sono sullo stivale, nella sua isola ci sono gli innamorati non i tifosi.

Vota Tommaso, Vota Tommaso, Vota Tommaso, Vota Tommaso.

Come si può non tifare Cagliari quest’anno? L’anno del centenario. Vincerà qualcosa? Probabilmente no, bisognerebbe chidere al Mago Var, ma sicuro lascerà un’impronta indelebile nella storia del calcio italiano sostenibile, e nei cuori dei suoi Innamorati.

TERZO TEMPO – Nato il 28/10/1933

“Mi fa male mamma”

“Lo so amore, prendi questo, vedrai che starai presto bene.”

“Voglio uscire da qui mamma andiamo a casa, ti prego”

Strinse il figlioletto al petto. Mentire prima le era costato un enorme sforzo ma vederlo piangere l’aveva distrutta. Voleva morire in quell’instante. Le parole del medico le rimbombavano ripetutamente nel cervello. “Abbiamo riscontrato un elevato carico virale dei motoneuroni spinali. Signora suo figlio ha la poliomelite.” Entrati in ospedale per una stupida febbre, per una strana stanchezza, mai si sarebbe aspettata questo carico sulle spalle.

“Siamo riusciti per fortuna ad individuarla subito, suo figlio non rischia la paralisi completa ne la morte. Ad oggi purtroppo non posso dirle se il suo recupero sarà totale.”

Emanuele de Santis era un bimbetto di quasi tre anni. Folti capelli ricci e neri. Aveva una bocca sproporzionata, il sorriso sempre stampato sul volto ed una voglia costante e interrotta di correre e calciare la palla già dalla prima volta in cui è riuscito a reggersi da solo in piedi.

Aveva la poliomelite, il suo recupero non è stato totale. Aveva subito una torsione della spina dorsale che rallentò la crescita di una gamba. Con il passare degl’anni la sua gamba destra diventò più corta di ben sei cm rispetto alla sinistra.

Come spesso si sente in altre storie strappalacrime, questo non aveva intaccato minimamente il suo spirito, l’ottimismo e la voglia costante di correre e giocare.

Era nato in quel magnifico paese dove la povertà profumava di zuppa di fagioli, chili e paprika. Dove il disagio e l’assenza di lavoro ballano al ritmo del bum-ba-bum, la samba carioca. Il sorriso di quel popolo è largo come le forme delle donne sulla spiaggia di Copacabana. I bambini corrono scalzi a petto nudo dietro al pallone mentre lassù, sulla cima del Corcovado, il Redentore abbraccia tutta la baia, e abbraccia specialmente lui che da bambino era il più selvaggio di tutti.

Gli piaceva correre dietro ai passerotti. Da qui nacque il suo soprannome. La sorella lo chiamava “Scricciolo” il piccolo passerotto che si muove in maniera agile e scattante. Esattamente come era lui, agile e scattante nonostante la difformità.

Scricciolo rimase il nomignolo più bello con cui veniva chiamato. I seccessivi furono decisamente più offensivi: sgorbio, spastico, scherzo della natura, gambalunga. Scricciolo veniva offeso costantemente ma la sua vendetta era così dolce da far sparire qualunque tristezza.

Lui si vendicava sul campo da calcio. Non gli bastava vincere, non bastava driblare i suoi avversari, lui li umiliava. Li passava, li aspettava e li driblava, di nuovo poi li aspettava e li driblava per la terza volta.

Era impossibile togliergli la palla, era impossibile prevedere le sue mosse anche e proprio in virtù del suo grande difetto fisico. Con quelle gambe storte e così diverse tra loro non ti saresti aspettato niente. Anzi, i suoi avversari prima di vederlo in azione o lo sbeffeggiavano o c’andavano leggeri per evitare di fargli male. Quando corre con la palla tra i piedi nessuno può fermare Scricciolo. Le sue involate sulla destra portavano sempre al gol. Quando riceveva palla sulla fascia era un continuo di scatti e di stop. Bum-ba-bum, samba, gol. Costringeva i suoi avversari a correre e fermarsi d’improvviso per essere fregati dal

successivo scatto velocissimo che lasciava tutti disorientati. A lui non bastava, per puro divertimento rallentava per farsi raggiungere e fregarli di nuovo, li ubriacava come la cachaca.

Il calcio era tutta la sua vita ma mai avrebbe pensato che sarebbe potuto essere il suo lavoro. Lui giocava sui campetti di polvere e bestemmie, sul prato d’asfalto e saracinesche a mo di porte, nella migliore delle ipotesi le porte erano l’oceano infinito. Lui segnava per vincere ma driblava per godere, per rispondere alle offese.

Per questo rimase stupito quando iniziarono ad arrivare le prime offerte. Fece provini direttamente per la serie A. Partì dai panchianari contro i titolarissimi, sempre lì sulla destra. Fece venire il mal di testa a tutti i terzini che incontrava sulla sua strada che inizialmente si arrabbiavano ma finivano loro stessi per supplicare i presidenti di ingaggiarlo per evitare di ritrovarselo di nuovo contro, da avversario, un giorno. E fu così che dal niente alla tarda età di diciannove anni si ritrovò ad essere professionista nel mondo del calcio.

Il suo esordio vero e proprio fu un semi disastro. Amichevole di pre-campionato l’arbitro lo ammonì e minacciò di espellerlo per i troppi dribling fatti al povero terzino della squadra dilettantistica avversaria. Fece gol e assist e c’è chi giura di aver contatto centotrentuno dribling. L’intera città non parlava di altro, su tutte le testate leggevi il nome di Scricciolo.

Il vero esempio del tuo paese: povero, disagiato, rumoroso, festaiolo, assolutamente incantevole.

Così, in dieci anni, ti sei aggiudicato tre campionati, tre coppe nazionali. Hai vinto due mondiali aggiudicandoti anche il titolo di capocannoniere e di miglior giocatore del torneo. Hai sconfitto il razzismo nel calcio nella tua nazione ed hai vinto il cuore della tua gente che ancora oggi, a trentasei anni dalla tua morte, ti celebra e piange al ritmo di samba.

Tu sei e sempre sarai Scricciolo, in portoghese GARRINCHA.

Giotti Vanniscio

IL VENDICATORE 07/01/2020 – Il Beato Antonio.

Ho una totale repulsione per i sorrisi in serie e lo strofinamento del proprio viso sulle terga altrui. Vorrei spesso essere un volto noto della televisione, non certo perchè muoio dalla voglia di apparire, ma per avere la possibilità di un confronto più diretto con le persone più interessanti che vivono all’interno della scatola magica.
Ho una passione per Antonio Conte, non come calciatore, nemmeno come allenatore, ma come personaggio. Lo seguo da sempre, in particolare da quando si è tolto gli scarpini per sedere in panchina, il posto perfetto per uno con il suo ego. Lo chiamano “Leader” ed io mi immagino che sia lui a pretendere di essere chiamato così. L’ho sempre visto, passare dal parlare con un tono basso, quasi timido, all’alzare la voce e sparare risposte senza filtro, all’agitarsi indemoniato. Non mi sono mai domandato quale fosse la sua espressione più vera, ma gli ho riconosciuto di essere tutto questo e altro, che sfortunatamente non posso vedere.
L’ho visto incazzarsi per le accuse di calcio scommesse, doping, furti calcistici vari, senza filtro ancora, e pensavo, gli juventini lo ameranno e gli altri lo odieranno! Come è giusto che sia! L’ho visto chiedere un incontro privato dentro uno stanzino, con Mourinho, per difendersi dalle stesse accuse, magari a pugni a morsi..quanto avrei voluto assistere ad un incontro di tale portata di egocentrismo.
Allo stesso modo, lo guardo e lo osservo dal suo rientro in Italia, lo studio da molto e vedo lo stesso uomo, o quasi, ma coperto di un aurea diversa.
Innanzitutto è passato al “nemico”, si è erto a condottiero e Leader del club calcistico che più nella sua storia ha cercato di infangare ogni sua vittoria, eppure è così, e volevo ascoltare una sola volta una sua risposta ad una vera domanda sull’argomento.
Lo sò che risponderebbe “sono un professionista”. Ma io lo so che non sarebbe il vero Antonio, lo sanno anche all Inter, ed infatti, nella sua conferenza stampa di presentazione, hanno vietato assolutamente domande del genere. Io vorrei ascoltare l’Antonio Conte, pieno di vita e passione che ci da le sue risposte! Non me ne frega se giuste o sbagliate (per chi ascolta si intende), ma voglio vedere di nuovo l’uomo, sorgere sopra il professionista. Ma noi comuni mortali non vedremo mai questo, ci subiremo anzi continue interviste accomodanti. Ti ho visto da Fazio, caro Antonio, non ci volevo credere…Li ho capito che la strada che ti stanno facendo seguire è quella del ripulirsi.
Chi ti voleva allontanare da tutto, chi non ti riteneva degno di allenare la Nazionale per i tuoi precedenti, ora ti vorrebbe Santo ed intanto ti beatifica, ti spoglia del tuo passato e ti innalza a salvatore del campionato, unico Leader in grado di sconfiggere la tirannia bianconera che tu stesso hai creato, come se Mussolini, una volta deposto, avesse accettato di guidare le truppe di invasione Alleate. Tutto questo senza una spiegazione, una conferenza stampa dove gridi, ti incazzi, sbatti i pugni.
Tu sei fuoco Antonio, infatti ti estingui dopo 2-3 anni in un club, ed io di quel fuoco vedo ancora delle fiamme alzarsi, contro i pochi rimasti a criticarti, contro chi non ti da quello che vuoi, contro chi ritieni sia tuo nemico. Eppure io lo vedo che manca qualcosa. Manca nella tua storia, la spiegazione al colpo di scena più grande.
Ti hanno già beatificato Antonio, se vincerai il campionato di faranno Santo. Che noia.

Recensione cinematografica Supercoppa 2019

Ci prepariamo quindi a questo spettacolo pre-serale, quando mancano 3 giorni a Natale, così da spezzare il fiato, tra abbondanti pasti e la solita filmografia di questi giorni. A proposito, non sarà un cinepanettone, nè una commedia con un qualche Babbo Natale in difficoltà, aiutato dal bambino newyorkese di turno.
Il film segue il fortunato filone, di drammi contemporanei, alla “Siriana”, anche qui con cast stellare, dove la fanno da padroni le star bianconere e Mr Multinazionale 7.
L’ambientazione è quella classica degli Emirati: deserto ordinato che fa da cornice a strutture modernissime.
Qui i locali mostrano subito una grandissima aspettativa, nell’incontrare le loro star preferite, che da parte loro nutrono una grande aspettativa, nel gonfiare le loro tasche con i petrodollari.
Così assistiamo già prima che la vera contesa inizi, alla differente strategia messa in atto dalle due squadre: i bianconeri, indossano capi che strizzano gli occhi ai locali, c’è chi dice per farsi voler bene, chi dice per farsi una carrettata di soldi. Dall’altra parte i biancocelesti, se ne fregano altamente, e invece di pensare al marketing, preparano la conquista della loro personale “Mecca” con grande cura, addirittura, lontani dal vecchio proverbio,”non fare domani quello che puoi fare oggi”, spostano tutti i loro impegni precedenti, per concentrarsi su questo.
Appena il film prende quota, si capisce subito che la strategia biancoceleste, possa dare i suoi frutti e infatti, passano in vantaggio con uno spagnolo dalla barbetta magrebina, degno successore dei grandi sultanati iberici e certamente digiuno dell’Orlando Furioso. Quindi comandano la partita da subito, mostrando di essere sprezzanti nei confronti dei desideri dei locali, che da par loro, vociano carichi solo, quando il loro idolo Madeirese si propone come leader e profeta.
Il sottotesto inesistente del primo tempo, lo fa scorrere piuttosto noiosamente, fino a che i bianconeri, riportano la contesa in parità, con un lesto argentino, spinto comunque dalle intenzioni sacre del Ronaldo con il 7.
Il secondo tempo, offre qualche emozione sparsa, da subito si capisce che qualcosa non va, ed infatti si comincia a respirare aria di censura e Jihad, quando inizia a serpeggiare la notizia, che l’idolo della folla è “Cristiano” , tanto è vero che subito segna il vecchio Lulic, bosniaco e musulmano, che si accaparra le simpatie di tutti .
I bianconeri ci provano a sovvertire l’ordine che la trama si è autoimposta, ma non riescono a trovare varchi nella cocciutaggine degli avversari.
Siamo dunque quasi alla fine e il regista ci propone una classica “sliding door”, con l’argentino dal bell’aspetto e dalla bella ragazza, che ha venduto centinaia delle sue maglie in questi giorni, che ha una grande opportunità, ma la spreca, come solo chi ha troppo può sprecare; dall’altra parte, un ragazzetto romano e laziale, che non ha venduto neanchè na maglia ma ha comprato souvenirs per tutti i suoi parenti come regali per Natale, mette fine alla contesa con una perfetta parabola, che recita:” Non solo di petrolio e marketing, vive un uomo”.
Il film così si conclude, un finale a sorpresa? Non proprio, un finale bello ed epico? Dipende dai punti di vista, se si è per il marketing multiculturale in cui le star di Hollywood vincono, allora no, se si è per la testardaggine catto-europeista e molto italica, allora si uscirà soddisfatti, magari attendendo un seguito.

Il Vendicatore 21/12/19

Lui, il Vendicatore, manca di empatia, non ha peli sulla lingua e scrive d’istinto. Osserva e spara le sue cartucce contro chiunque. Non fa distinzione tra razza, sesso, condizione. Il punto è, se lo infastidisci, lui ti colpisce. Se ti senti sicuro, dietro il tuo nome, dietro la tua posizione, dietro le tue parole, fai bene a stare attento, in un attimo, Lui arriverà e ci vendicherà!

Partiamo dunque, ce n’è da dire e lo dirò. Senza inutili preamboli, voglio iniziare a parlare di allenatori .

Carlo Ancelotti ha lasciato Napoli e si accasa all’Everton, un Torino inglese, ma con meno storia. Ancelotti è in declino, inutile negarlo, fallimenti in serie con Bayern e Napoli, è fortunato a godere di ottima stampa che non lo fa notare, è stato grande, chi non lo ammette non è sincero, ma ora, vale la metà dei suoi stipendi. Ha firmato per 5 anni con l’Everton, avrà tutto il tempo per inserire nello staff, oltre al figlio e al genero, qualche nipote.

Un altro in declino ormai da tempo è Mourinho, anche lui si salva solo per la buona stampa che lo incensa e come al solito, maschera le sue mancanze come allenatore, con il suo modo di fare, le sue battute i suoi gesti…basta panchina Mou, prenditi un tuo programma in seconda serata, dove puoi spararne di ogni!

Parla di nuovo Allegri, ormai spara solo contro gli allenatori tatticisti per difendere la sua idea di “cazzeggio libero” applicato al calcio. Non parla d’altro, le solite analogie con i cavalli e le sue crociate personali. Sta diventando la macchietta di se stesso, tipo Vasco Rossi.

La sua nemesi Sarri intanto vince, ma ho visto qualche conferenza, sente sempre il bisogno di spiegare tattiche della sua squadra al pubblico. Io dico: “ ma stai zitto! Perché avvantaggiare gli avversari!”. Si sta già preparando per una carriera come commentatore su Sky (Troppe parolacce e dita nel naso per la RAI)?

Notizia del giorno, Esonerato Montella, sai che notizia, l’ennesimo fallimento, eppure ritornerà, statene certi, troppo spesso ci si innamora delle cause perse.

Chiudo con Fonseca, l’allenatore della Roma, fin’ ora sta facendo bene, eppure dopo aver visto la sua ennesima conferenza mi domando se arriverà presto il giorno in cui riuscirà a capire le domande che gli fanno i giornalisti!

P.s. Domani Supercoppa Italiana: dicesi prostituzione, offrire i propri privilegi a pagamento a chi può permetterselo. Domani Supercoppa Italiana, ma niente baci sulla bocca please.

IL VENDICATORE

Ti Presidento….Joey Saputo

Ci sono un canadese un palermitano ed un bolognese……. – JOEY SAPUTO

“La scorsa settimana sono andato a Bologna. Non ci crederai mai ma ho mangiato un formaggio canadese incredibile”

“Canadese? Ma che dici? Da quando i canadesi fanno il formaggio? Ma poi con tutti quelli che abbiamo qui ma ti pare che mangi un formaggio candese?”

“Ma si, lo fanno degl’italiani emigrati dalla provincia di Palermo con furore”

Così nasce la Saputo Incorporated, una delle più importanti industrie casearie del Nord America. È li che nasce Joey Saputo, il gentiluomo del calcio.

Ci piace mostrarvelo così, alla grande puffo, dopo un evento di beneficienza. Perchè prendersi sul serio non vuol dire non osare o non mostrare il proprio vero io ed estro.

Sul suo profile twitter troverete foto dei calciatori della sua prima squadra, l’Impact de Montréal (Spicca la pelata di Marcone Di Vaio tra tutti); foto della famiglia, disegni fatti dai figli etc.

Joey è figlio di “Lino” i cui genitori emigrarono in Québec da Montelepre un paesino in provincia di Palermo. Ed è proprio Lino a creare questo impero di caciotte e ricotta. Il nostro Joey non si sarà fatto interamente da solo, ma di sicuro non gli si può negare un grandissimo spirito d’iniziativa e capacità affaristiche. Crea e rileva varie holding e compagnie di autotrasporto.

E poi c’è l’amore. Quello che ogni italiano sente visceralmente a qualunque latitudine. Il calcio. Joey inizia a metà degl’anni ’90 con la squadra del Montreal in Canada dove ha vinto 5 volte il campionato ed è arrivata in finale di Champions League americana.
Dai suoi spogliatoi e dalle sue tasche sono passati fuoriclasse come Ignacio Piatti, Marco Di Vaio, Bojan Krkić, Didier Drogba solo per citarne alcuni.

Nel 2014 insieme ad una cordata di imprenditori americani rileva il Bologna di cui diventa proprietario e presidente unico nel 2015 ed ha grandi progetti per una città ed un club che ha amato da subito.

Il grande puffo della foto comunque è la 289esima persona più ricca al mondo con un patrimonio che va oltre i 5 miliardi di dollari.

Non gli si può che augurare buona fortuna, per la fortuna del Bologna e del nostro campionato.

I figli della primavera

Nella settimana in cui, il Manchester United, festeggia le 4000 partite consecutive, giocate con almeno un giocatore prodotto dal suo vivaio, abbiamo voluto dare uno sguardo alle rose delle 20 squadre di serie A, per parlare dell’attuale rapporto tra giocatori cresciuti in “primavera” e prime squadre.

Nella settimana in cui, il Manchester United, festeggia le 4000 partite consecutive, giocate con almeno un giocatore prodotto dal suo vivaio, abbiamo voluto dare uno sguardo alle rose delle 20 squadre di serie A.

Un confronto è certamente impossibile, ma è interessante dare uno sguardo più da vicino a questa realtà nel campionato italiano di calcio.

L’idea è ancora più attuale, se pensiamo alla situazione di Alessandro Florenzi, romano, romanista e in teoria, capitano dell’ A.S. Roma, il quale sembra debba lasciare, quella che è da tutti considerata, casa sua, per andare altrove. Risuonano in mente le parole di Francesco Totti, durante la sua conferenza stampa di addio alla società :” Vogliono i romani fuori dalla Roma”. 

Florenzi potrebbe essere uno dei tanti prodotti del vivaio delle nostre grandi squadre a dover abbandonare la squadra nella quale è cresciuto e dalla quale è tifoso.

La nostra domanda però è, perché in questo calcio nostrano è così difficile l’affermarsi dei talenti cresciuti in casa? Perché il senso di appartenenza di un giocatore, non è più ritenuto determinante?

Noi, i nostri padri, i nostri nonni, abbiamo sempre avuto la possibilità di riconoscersi nel talento “fatto in casa”, che, da ragazzino sconosciuto, prova e riesce ad imporsi nel calcio che conta, per poi crescere con la sua squadra, fino ad abbandonarla solo a carriera finita o quasi. Per i ragazzi di oggi, che si approcciano al calcio, almeno in Italia, questo è impossibile.

Diamo uno sguardo alle rose 2018/19 di serie A, partendo dalle cosiddette “Grandi”. La Juventus, che trionfa ininterrottamente da 8 anni in Italia, sfiorando in almeno 2 riprese anche il successo europeo, ha come unico giocatore cresciuto nel vivaio il terzo portiere Pinsoglio, nonostante sia l’unica ad avere la “seconda squadra”, l’U23. Quest’estate ha ceduto all Everton, Kean, quello che da tutti era considerato il nuovo fenomeno del calcio italiano. C’è solo una ragione per questo : Plusvalenza.

L’Inter, che vince spesso campionati primavera, può contare anch’essa sul terzo portiere Berni, Di Marco, il giovane talento Esposito e Biraghi, quest’ultimo acquistato proprio per il suo status di “cresciuto nel vivaio”. Non me ne vogliano, ma nessuno di questi, a parte forse Esposito, potrebbe avere il pedigree della “bandiera”.

Della Roma abbiamo accennato parlando di Florenzi, che se veramente andasse via, lascerebbe in rosa, come romano, romanista, cresciuto nel settore giovanile, il solo Lorenzo Pellegrini, almeno lui, titolare e grande speranza giallorossa.

La Lazio dal suo canto non è messa meglio, con i soli Strakosha e Cataldi in rosa, il primo titolare inamovibile, il secondo un’ onesta riserva.

L’ Atalanta, dal florido settore giovanile, che tanti talenti ha regalato al calcio italiano, è un caso a parte, in quanto, storicamente, cede i suoi giovani migliori per motivi economici, sostituendoli con altri, eppure, nella stagione del massimo splendore, quella degli ottavi di Champions, solo 2 giocatori in rosa sono del vivaio, Sportiello, secondo portiere e il giovane Barrow, spesso lasciato in panchina,  qui, i giovani in rampa di lancio, pronti ad essere trasformati in ricche plusvalenze, vengono da campionato minori esteri.

Il Milan, negli ultimi anni sembrava essersi orientato verso una costruzione della rosa, fatta sul senso di appartenenza dei ragazzi cresciuti a Milanello, eppure di questi, sono rimasti solo, Donnarumma e Calabria, con ad esempio, l’idolo della curva, Cutrone, venduto in Inghilterra contro la sua voglia.

Il Napoli, mantiene in rosa Insigne, esempio di napoletanità e addirittura capitano (unico esempio in Italia) e Luperto. Con il primo che a volte paga questo suo status, diventando il parafulmine dell’insoddisfazione del tifoso quando le cose non vanno bene.

La Fiorentina, anch’essa propone giocatori di valore in prima squadra, come Chiesa, Castrovilli, Sottil, Venuti e Ranieri, una bella boccata di ossigeno.

Per il resto, a parte il Torino , che in rosa presenta 4 ragazzi, di cui però nessun titolare, il Brescia che dalla Serie B ha portato talenti interessanti come Tonali e Cistana, le altre squadre hanno al massimo 2 giocatori provenienti dal vivaio, nel 90% dei casi, in lista, solo per far numero, o con pochi minuti in campo finora, addirittura, Parma, Genoa e SPAL, ne hanno 0. Eccezione alla regola Domenico Berardi del Sassuolo, ormai capitano e uomo simbolo dei neroverdi, ma solo perché, per mancanza di carattere ha rifiutato più volte la cessione verso i grandi club.

Ciò che si nota, in realtà soprattutto nelle “Grandi, è che il giovane, sia ormai più considerato come fonte di plusvalenza che come patrimonio sportivo da far sviluppare in squadra. Ogni anno, squadre come l’Inter  e Juve cedono molti “primavera” solo per questo motivo, spesso prima che si chiuda il bilancio annuale a Giugno.
La scorsa estate, cedendone 7 i primi e 6 i secondi.

La fretta di imporsi e di mantenere un livello alto, non permette più a questi giovani di sbagliare e crescere, se non sei pronto a 19 anni, non puoi restare in squadra. 

Eppure lo stesso problema ce l’hanno le squadre medio/piccole, praticamente nessuna fa giocare i propri ragazzi, solo Fiorentina e Brescia ci stanno provando e per fortuna! Visto che così abbiamo scoperto talenti come Chiesa, Tonali, Castrovilli e Cistana, già convocati in Nazionale Maggiore.

Non vogliamo correre dietro a slogan quali “No al calcio moderno”. Ma questo fenomeno, almeno da noi, in Italia, ci sembra proprio figlio di questo, delle società sportive che sono prima aziende, che hanno bisogno di risultati economico sportivi immediati, che non hanno la reale volontà di creare altro che plusvalenze, a discapito di progetti sportivi pluriennali e territoriali.

Quindi se siete quei romantici, amanti delle lunghe storie d’amore, potete guardarvi un dvd dal passato, oppure rivolgere il vostro sguardo alle grandi squadre spagnole o in Inghilterra, dove il vanto di crescere bei fiori nel proprio giardino, vale di più del farne un bel mazzo e venderli al mercato.

TERZO TEMPO – La leva calcistica del 2008

The Fantasista, vi presenta il primo racconto nato dalla penna di Giotti Vanniscio.
Storie che ruotano intorno a un pallone, raccontate con leggerezza, passione e fantasia. Un Terzo Tempo, durante il quale, soffermarci a rileggere lo sport come specchio della vita, in modo originale.

LA LEVA CALCISTICA DEL 2008

Non sottovalutare mai un bambino immobile tra bambini che corrono sudati con la palla tra le gambe.

“Io scelgo Luca!”

“Io Daniele”

“Marco”, “Filippo”, “Andrea”, “Paolo”, “Matteo”

“Danilo vieni stai con noi”

Ultimo, sempre l’ultimo ad essere scelto ed il primo ad essere messo in porta. Senso di vergogna che lo accompagna da anni, specie perchè ogni tiro verso la sua porta è un gol. Lo sanno gli avversari, lo sanno i compagni e lo sa lui. Lo legge negli occhi degli altri, nei commenti a bassa voce che si scambiano tutti e nei commenti degli haters su instagram sotto ogni video che gli fanno.

La cosa assurda è che insiste, si sente talmente immobilizzato che non riesce neanche a smettere di presentarsi al campetto. Sa di essere il decimo. Sono tutti amici e si vogliono bene, stanno sempre insieme ma ogni partita è un patimento.

Odiava De Gregori e la sua leva calcistica. Non capiva perchè tutti pensassero sempre agli attaccanti e mai veniva cantato il terrore dei portieri scelti per incapacità. Perchè alla fine oggi non sono gli anni ’80, oggi ci si giudica proprio e solo da questi particolari.

Nilo ha le spalle larghe, Nilo è tutto largo. Le ginocchia si toccano tra di loro e ondeggia quando cammina. Nilo cammina che sembra un veterano di guerra. Piedi e gambe storte. Non si è mai vergognato del suo aspetto. Alla fine non è un mostro anzi è un bel ragazzetto, un po’ grosso e incapace di correre col pallone. Il problema non è il suo, è che il mondo corre sempre di più appresso al pallone, non si parla di altro. A 12 anni poi con le scarpe di gomma storte, ed il cuore che lo senti solo quando corri forte, se vuoi avere una vita fuori dai sei pollici del telefono devi scendere al campetto. E Nilo lo sa che per combattere il silenzio di casa e l’inattività dei suoi social può solo scendere, giocare e vergognarsi. È comunque un’emozione anche se negativa.

Nilo capì fin dal primo momento che nessuno era contento di lui e nessuno era scontento di lui. Nilo era un presenza, Nilo c’era ma se non ci fosse stato nulla sarebbe cambiato. Il padre finiva tutte le sue risate nel bar con gli amici, quando tornava a casa appendeva il cervello a qualche tipo di muro pur di non parlare con lui. La madre era apatica di natura non li aveva amati mai. La sua unica salvezza da quel silenzio assordante era mettersi il cuore in pace, le scarpe e correre più veloce del vento al campetto, anzi lui non correva, lui ondeggiava.

Quel giorno il sole batteva forte ma c’era aria di tempesta. Stavano sudando e correndo come ogni volta ma si fermarono impauriti dall’arrivo dei ragazzi della terza superiore, sempre in cerca di vittime. Quei gradassi in costante diretta live instagram, spintonarono e bullizzarono i nove ragazzini in mezzo al campo, ma non Nilo. Nilo era grosso. Nilo o lo picchi in dieci o non lo pieghi.

Era infastidito. Lui un solo sentimento aveva il lusso di provare, la vergogna mentre giocava. Gli stavano rovinando anche quello. Prese un pallone che sembrava stregato ed urlando lo tirò senza guardare. Tutti si immobilizzarono. Era una saetta. Un tiro micidiale, pieno di effetto che attraversò tutto il campo e si infilò sotto l’incrocio dei pali della porta avversaria. Nessuno lo aveva mai visto tirare, anche perchè ogni volta che la palla si avvicinava alla sua porta bisognava ricominciare da centrocampo.

Nei giorni successivi il sole batteva forte sui tetti dei palazzi che circondavano il campetto. Nilo camminava come un veterano di guerra medagliato, con le scarpette di gomma dura ed il cuore pieno di gioia pura.

Lo schema ormai è fisso. Ogni gol che prende, in virtù di portiere scelto per incapacità, ne fa uno dalla sua porta. Batte punizioni, rigori e se la squadra sta perdendo, negli ultimi dieci minuti, la tattica è “Oh raga? Palla a Nilo!”.

Anche oggi giù al campetto, come ogni giorno, si fanno le squadre.

“Io scelgo Luca!”

“Io Daniele no Danilo”

“Daniele” “Marco”, “Filippo”, “Andrea”, “Paolo”

“Matteo”

Matteo: “Raga ma sempre io per ultimo adesso?”

Giotti Vanniscio – The Fantasista

Ti presidento…Antonio Percassi

Chi l’ha detto che i calciatori sanno solo tirare calci ad un pallone
ANTONIO PERCASSI

Signori, qui siamo davanti ad un fenomeno. Difensore fisico che negli anni ’70
con la sua amata Atalanta va avanti e indietro tra serie A e serie B. Mi direte, mica
tanto fenomeno allora se non è riuscito a vincere niente, ne a lasciare Bergamo
per giocare nel calcio che conta.
Ebbene il ragazzo è uno che che si è fatto da solo appena appese le scarpette
al muro! Lo spirito della Dea della caccia, simbolo della sua casacca, si è
impossessato dello stoico difensore che di li a poco sarebbe diventato un
cacciatore esperto di affari.
Il nostro successo è stato il frutto dell’osservazione della realtà, di uno sguardo
attento unito al desiderio e all’ambizione di fare qualcosa di nuovo e di migliore

cit. Percassi
Orbitando intorno Milano lo sguardo attento di cui parla il presidente non può
che essersi fermato sulla moda, a differenza del sottoscritto distratto dalle modelle. Dove c’è moda e stile c’è la famiglia Percassi, questo è il suo marchio. Apre negozi ed espande la rete di vendita di Benetton, Nike, Levi’s, Gucci, Tommy Hilfiger, Victoria’s Secret.
Crea da zero Kiko Milano, la sua linea nella cosmetica, e rileva Womo e Bullfrog i barbershop più cool e ricercati del momento.
Ha creato tendenza ed ha puntato matematicamente su tutto ciò che sarebbe diventato di tendenza.
Per rimanere poi nel campo dello stile e di ciò che va di moda, super Antonio ottiene l’esclusiva per l’apertura di negozi Lego e Starbucks in Italia, entrambi inavvicinabili per le infinite code all’entrata.
Non ne sbaglia una e chissà ancora quante cose indosseremo o come cambieremo il nostro taglio e stile guidati inconsapevolmente dallo sguardo attento di mister Ottavi di finale di Champions.

Giotti Vanniscio – Redazione The Fantasista

Recensione cinematografica di Inter vs Barcellona

Ci si trova in fila per il biglietto della partita di cartello della sesta giornata di Champions, per quello che è presentato, in Italia, come un action thriller, con grande attesa per l’interpretazione del mai domo Antonio Conte, del muscoloso Lukaku e dello “svelto e furbo” Lautaro. Allo stesso tempo in Spagna, si parla di un B-movie, interpretato da giovani promesse e qualche vecchia gloria del grande schermo, dove le stelle di Hollywood se ne restano a casa.
Già prima di entrare in sala, qualche critico con il vizio del sospetto e della negatività vocifera più di biscotti che di pop corn. Ma a noi non importa, ci sediamo fiduciosi di vedere un bello show, quando la solita reclame pre spettacolo, ci informa che la tecnologia del 2000 è arrivata anche per i pastori, e con solo 80 euro, puoi farti i formaggi a casa, avendo il latte e qualche pecora nel giardino.
Colti da questa illuminazione, nemmeno ci accorgiamo che il film, la partita, è iniziata.
Le giovani promesse spagnole, sconosciute ai più, giochicchiano a centrocampo con lentezza esasperante, e più che un frizzante B-movie, sembra un film indipendente, di quelli che guardi con la palpebra calante, mentre aspetti che succeda qualcosa…invano…
I nostri eroi invece si sbattono e corrono senza successo, il prode Conte come al solito balla sulla linea, regalando quella tipica vena comica nell’action movie, che tanto ci piace.
Poi all’improvviso…Perez…come nei migliori thriller, ecco il colpo di scena! Lo sconosciuto, dalla faccia comunemente catalana, che assesta un colpo tragico e inaspettato…silenzio in sala, la tensione si taglia e attanaglia.
Non può finire così, lo sappiamo, il cattivo non può vincere.
Le nostre star nerazzurre si prodigano, finchè il “forzuto” da fuori aria riporta la gioia in sala e sì! Il bene deve trionfare e chissà nel proseguo della serata che altre emozioni vivremo e si che in Italia non facciamo solo cinepanettoni ma sappiamo fare altro etc….
Così presi dalla gioia del gol, quasi non ci accorgiamo che è finito il primo tempo, si riaccendono le luci, si va al bagno, o a fumare, noi personalmente ci sfreghiamo le mani pensando a cosa potrà succedere ora e andiamo su Amazon a comprare quello strumento, che permetterà anche a noi, di vendere i nostri formaggi per strada, come fanno i pastori sardi d’estate.
Secondo tempo : l’assedio dei nostri eroi. Sferzati dal Conte indomito, le stelle di San Siro si riversano in attacco. il forzuto Lakuku si scatena nella lotta, i suoi muscoli esplodono di potenza, è così in tiro che a due passi dal povero portiere blugrana, il mai dimenticato Neto, convinto di far del sano fan service, cerca di ucciderlo tirandogli addosso a 400kmh.
Poi ancora colpi di scena, ancora Lukaku e poi il furbo Lautaro regalano il gol che regalerebbe gioia a tutti, ma niente, fuorigioco e ancora fuorigioco, maledettamente fuorigioco…il male che ci mette lo zampino e ci lascia con l’amaro in bocca, ma con la consapevolezza che qualcosa ancora debba accadere!
Ed accade. In questo periodo di forti discussioni sull’immigrazione, non deve stupire che nella sceneggiatura compaia questo ragazzino, 16 anni, immigrato in Spagna all’età di 7 con i genitori della Guinea. Non ci si deve stupire se proprio lui segni il gol definitivo, in faccia all’ariana difesa nerazzurra.
Colpo di scena? Buonismo politico? A voi la risposta.
Da questo punto in poi, la partita perde mordente, la sala è silenziosa, qualcuno va a casa senza vederne la fine, altri bestemmiano sotto voce, alcuni se la ridono, io, rimango impassibile. Guardo i minuti finali con poche speranze e mi rendo conto, che ero venuto a vedere un action thriller in cui i buoni avrebbero vinto, mentre mi ritrovo a vedere il solito dramma all’italiana, dove ognuno recita lo stesso ruolo in ogni film, e allora il forte ha lottato, il furbo ci ha provato e l’indomito Conte, ancora una volta è uscito subito dall’Europa che conta.

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